IL MISTERO GRANDE DELLA VITA

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Da quando, fin dalla notte dei tempi, l’uomo ha alzato lo sguardo al cielo, ancora ignaro del suo stesso provenire, ma naturalmente teso fin da allora a comprendere e disporre della realtà del suo esistere, si è confrontato con l’immensità dello spazio, la dimensione inafferrabile del tempo, l’ineffabile grazia della vita ed il mistero inestricabile, insolubile e realmente angosciante, della propria stessa inevitabile morte.

Vivi lo siamo, per lo spazio che intercorre tra un respiro ed il successivo, accompagnati dal battito di un cuore che pulsa senza sosta fino all’ultimo attimo, e che ci vede in continua metamorfosi e progressivo inarrestabile degrado.

La vita dunque è respiro, battito, trasformazione, crescita e poi declino, attesa e fermento, quindi compartecipazione, in innumerevoli modi e forme, al presente del mondo, del quale rappresenta un microcosmo prodigioso e fedele.

Trovassimo mai, nell’universo, un fremito vitale, per quanto flebile e parziale, ma comunque reale, grideremmo al miracolo, ne saremmo sbalorditi e commossi, tutti d’accordo lo sosterremmo pronti a difenderlo, studiarlo e porlo al centro dei nostri interessi, troppe volte solo economici, e diventerebbe la notizia principale di tutte le notizie.

Non riusciamo invece a fare altrettanto per la vita che abbiamo d’intorno, la nostra stessa, che troppe volte trascuriamo ed insultiamo, con condotte lesive e comportamenti a rischio, o per quella di chi ci circonda e vive il nostro tempo, ma non ha voce, per farsi udire e per difendersi.

Ai troppi senza voce, cui neghiamo la vita, il suo mistero ed il valore incommensurabile che racchiude, dobbiamo rendere giustizia e chiedere perdono: a chi muore perché non è voluto, a chi muore perché non è sfamato, a chi muore perché non è curato, a chi muore perché dimenticato, a chi muore perché non ha speranza, a chi muore perché non è come lo penseremmo e vorremmo, a chi comunque muore anche se vivo, perché non trova amore.

Siamo stati capaci di credere che l’uomo e la donna siano realmente tali se rispondenti a canone estetici imposti e fugaci, frutto di appetiti di guadagno e di pulsioni istintive rese condotte praticabili, cancellando la Legge di Dio e inascoltando la voce della coscienza, viva in ciascuno di noi.

Se Dio è morto, per dirla con Nietzsche, non ci resta che il nichilismo e l’assenza di valori e nulla realmente vale qualcosa, escluso l’interesse del singolo e ciò che a lui preme.  Ed è solo giungla e con essa la fine della famiglia umana e l’inizio della barbarie, senza fondo né limite alcuno.

Ed allora Auschwitz è ancora possibile, il razzismo ed il rifiuto sono leciti, l’abbandono, l’aborto, l’eutanasia diventano possibili, perfino giustificabili razionalmente, da una mente che ammette solo i propri sillogismi e non conosce Dio e, ignorandolo, non comprende nemmeno la realtà dell’uomo.

Se Dio non c’è, noi siamo gli dei che lo sostituiscono, idoli del niente dai piedi d’argilla, incapaci d’amare realmente, ma maestri nell’arte di mistificare e distruggere, frutto dell’azione del male nel mondo, il cui scopo è sopprimere la vita e con essa annullare il principio e fine della creazione stessa.

Se Dio non c’è, l’anziano non autosufficiente non serve, ma costa, se Dio non c’è, il bambino non voluto è solo un rifiuto organico, se Dio non c’è, il malato non autosufficiente non ha una vita che meriti di essere vissuta e lo zingaro, l’immigrato, il diverso, il non alto, il non bello, il non griffato ed affermato, il “non” e basta, vanno semplicemente eliminati e per farlo ci giustificheremo perfino, perversione del male più profondo, sostenendo che sia giusto farlo, perché la loro è semplicemente “non vita”, indegna di essere vissuta, e sopprimerla è pertanto un atto di umanità dovuta e di progredita civiltà.        La civiltà della morte.

Ma se Dio invece c’è, e c’è, cosa sarà di quei padri e quelle madri che oltraggiano uno di quei “piccoli”, giungendo fino al metterlo a morte, ignorandone il volto divino?

Perché “ciò che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40) e perché “sarebbe meglio per lui che gli fosse legata una macina d’asino al collo e che fosse sommerso” (Mt. 18,6), ha detto Gesù.

Perché un genitore, che impedisce ad una vita l’inviolabile diritto di essere e la sopprime scientemente, negando la verità della sua indisponibilità, commette fuor di retorica e senza perifrasi, un tragico assassinio.

 Alessandro Piergentili

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